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Ferdinando Catalano - Miryadi Assistenza Familiare

di Ferdinando Catalano

SAI DI NON SAPERE?

(Prima parte)

La consapevolezza di non sapere è una rara virtù.

Nella settima ed ultima proposizione del suo “Tractatus logico-philosophicus (1921) il grande filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (Vienna 1889 – Cambridge1951) affermava: “Di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere”
Il senso di questa affermazione, che, senza un’attenta meditazione, potrebbe apparire un proverbio dettato dalla saggezza popolare, sta in ciò che Wittgenstein intendeva con “ciò di cui si può parlare” e cioè un giudizio ponderato e consapevole sulle parole degli uomini. Bisogna riconoscere che gli uomini in ogni tempo e forse mai come nel nostro, hanno avuto la tendenza a muoversi nella direzione opposta e cioè a parlare di ciò di cui non si può parlare, sia esso l’ignoto, l’inconoscibile, l’insignificante o più semplicemente il non ancora noto.

Ad esempio; i teologi di Salamanca hanno scritto interi trattati sul linguaggio degli angeli, Maria d’Agreda (una mistica spagnola) ha raccontato nei minimi particolari tutto ciò che nei Vangeli non è scritto. Nel Medio Evo il capolavoro di questa espansione del “descrivibile” fu quell’appendice, ancora oggi funesta, del limbo dei neonati.
Ma se i teologi sono sempre stati esposti alla tentazione del credere di sapere, per la loro naturale collocazione ai confini dell’esprimibile (una zona di frontiera), la scienza non è stata da meno nel corso dei secoli a questi infortuni. Si pensi ad esempio a invenzioni come “la quintessenza aristotelica”, il “fluido calorico” e quasi cento anni fa “l’etere cosmico” fino ad invadere anche il terreno della nostra letteratura con la misura delle ali del diavolo nei commentari danteschi. Per non parlare di quel colossale business dell’astrologia …

Esempi attuali

Anche a costo di farmi dei nemici tra i miei lettori, mi sento di aggiungere un’altra categoria, recentemente venuta alla ribalta, che avrebbe fatto bene a prendere a cuore la 7ma proposizione di Wittgenstein: i virologi.
“E’ solo una banale influenza”
“La mascherina? non serve”
“La mascherina? serve solo a chi ha il contagio”
“Non è una banale influenza, però attacca solo gli anziani”

E così Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur – Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata (aveva ragione Tito Livio)

Devo continuare? C’è di fronte a questo incessante ed illusorio accrescimento del sapere tutta l’inquietudine di fronte a ciò che non si sa, vissuto come una inaccettabile sconfitta per la mente umana. Quella dei virologi (et similia, infettivologi, epidemiologi …) è la stessa inquietudine che spinge i filosofi i teologi e gli scienziati di ieri e di oggi a parlare di ciò di cui invece si dovrebbe tacere e induce gli uomini comuni ad immaginare.
La corruzione del desiderio di sapere, celebrata da Aristotele nel primo libro della sua Metafisica ha insidiato civiltà intere fino al punto di ritenere che di tutto si potesse e si dovesse parlare.

Nella nostra civiltà enciclopedica, quella di Internet, che pullula di tuttologi, gli uomini non hanno ancora imparato a dire “non so”. Quando finalmente lo faranno allora si apriranno i loro occhi, il mondo apparirà loro più grande e più grande Dio.

Comments

  • Giuliana Scansetti Montorfano
    13 Settembre 2020

    Prof. Catalano,
    con questo articolo mi regala una giusta riflessione: ” Non so”.
    L’adotterò per ovviare all’infondatezza di certi discorsi e approfondire sempre di più prima di esprimermi.
    Grazie!!!

    reply

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