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Baby sitter - internet and domestic care
Antonella de Giuli

di Antonella De Giuli

“Non importa quanti amici abbiate su Facebook o quanti follower su Twitter; non sono amici reali né veri fan. A contare sono le persone che sentiranno la vostra mancanza se domani non ci sarete più.” Seth Godin

Non ricordo quando tutto sia cominciato. O finito. Non ricordo quando i ragazzi hanno smesso di giocare, ridere, cantare insieme per iniziare a dedicarsi completamente a ciò di cui oggi non possono più fare a meno, lo smartphone e i social network.

Quando andavo all’Università facevo un lungo viaggio in treno tutti i lunedì e venerdì e ricordo che l’incubo di noi pendolari “settimanali”, con abbonamento di seconda classe e posto a sedere quando eravamo fortunati, erano le gite scolastiche primaverili. Intere carrozze prenotate e comitive di ragazzini che ridendo o cantando i successi del momento ci camminavano addosso mentre, ammassati nel corridoio, speravamo che si liberasse uno strapuntino tutto per noi.
Non esistevano i cellulari, noi studenti lontani da casa facevamo la fila, insieme ai militari, davanti alla SIP per chiamare casa. E nell’attesa facevamo nuove amicizie e ridevamo, pur nel freddo della sera. Ho viaggiato ancora dopo l’università e il mio pendolarismo è diventato quotidiano.

L’inizio del cambiamento

E ho iniziato ad accorgermi che nel periodo delle gite scolastiche i ragazzini passavano più tempo seduti ed erano stranamente meno rumorosi. Era arrivato il cellulare, con le prime, improponibili, suonerie e i suoi divertenti giochini, rudimentali al confronto di quelli di oggi. Ma già questo piccolo strumento catturava l’attenzione di tutti, tanto che ciascuno rimaneva al suo posto e non girovagava più alla ricerca dei compagni preferiti. Poi siamo passati allo smartphone e senza rendercene conto siamo arrivati tra i più giovani (e non solo) alla gara tra chi ha il modello più bello, con più funzioni, con una garanzia di sicurezza totale (a prova di genitore impiccione). Oggi lo smartphone per molti, soprattutto per i ragazzi, rappresenta la più importante porta di accesso a internet e quindi al mondo. Un mondo immenso e intenso, a portata di mano, con le sue bellezze e le sue seduzioni, ma anche con tutta la sua rabbia, la sua violenza e il suo dolore. Ogni connessione permette di affrontare un nuovo viaggio e di provare nuove emozioni, più o meno intense, legate all’esperienza che si sta vivendo.

Non ci verrebbe mai in mente di mandare un ragazzino o un adolescente da solo in giro per il mondo. Non vorremmo mai esporre nostro figlio minorenne, inesperto e ancora fragile psicologicamente, ai pericoli che potrebbe incontrare affrontando da solo l’ignoto.

Bisogna imparare a guardare oltre

Però a volte non proviamo lo stesso tipo di preoccupazione quando i nostri figli, anche meno che adolescenti, sono soli con il loro smartphone. Pensiamo che l’avere un telefonino consenta ai ragazzi di chiamarci in caso di difficoltà e a noi di rintracciarli in qualsiasi momento (illusione!). Spesso come genitori ci sentiamo tranquilli, pensando che i “nostri” figli, sappiano discriminare il bello dal brutto e il bene dal male e sappiano tenersi lontano da ciò che non va bene o che non fa bene. A volte è così, ma nella maggior parte dei casi i ragazzi, mentre navigano su internet e social, vengono colpiti da immagini e parole in modo immediato, senza avere il tempo di razionalizzare l’esperienza e senza riuscire a difendersi. E nella loro solitudine (gli amici sono quelli che frequentano sui social, non quelli dell’appartamento di fronte) e proprio in quanto adolescenti, possono ritrovarsi ad amplificare le emozioni generate da quanto visto o letto, esaltandosi o soffrendo intensamente.
Quando un adolescente viene preso di mira da altri ragazzi sui social vede quel mondo virtuale crollargli addosso nel mondo reale, con la sua carica di aggressività e a volte di crudeltà.
Quando una ragazzina, pensando di scherzare con le amiche, si fa un selfie poco vestita e lo posta sui social, non è consapevole di quanti lo vedranno e di come reagiranno.
Quando si schiaccia il tasto di invio, un pensiero, una foto, un video vengono spediti nel mondo, generando inevitabilmente delle conseguenze, che possono andare da un semplice like alla presa in giro, dal cuoricino ad un insulto. Siccome ciò che avviene su internet non è tangibile, non sembra reale e se non è reale non sembra possibile l’esistenza di conseguenze, come il dolore inflitto ad altre persone o l’attirare attenzione negativa su di se’.

Esiste un momento in cui la privacy non è un alibi

Gli adolescenti non percepiscono la differenza tra giusto e sbagliato. Ecco perché i genitori, pur nella costante stanchezza generata da una vita sempre più piena di cose da fare, hanno il compito di ascoltare, osservare, parlare e vigilare su cosa fanno i loro ragazzi. Non nascondiamoci dietro al concetto di privacy, che a volte è un alibi per giustificare la nostra difficoltà a trovare la strada giusta per parlare con i nostri figli. Educhiamoli al rispetto di se’ e degli altri e ad essere consapevoli delle proprie azioni, nel mondo reale come in quello virtuale.
Internet e i social non sono il problema, il problema è l’uso che ne viene fatto.

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